Autonomi e pensioni: un terzo dell’assegno è già perso
La sostenibilità delle pensioni per i lavoratori autonomi rappresenta oggi uno dei nodi più delicati del sistema previdenziale italiano. Una recente ricerca Ipsos per Arca Fondi SGR ha evidenziato come solo un lavoratore autonomo su tre abbia aderito a una forma di previdenza complementare, mentre i restanti due terzi rimandano la decisione, pur consapevoli che la pensione pubblica o quella erogata dalle casse professionali non garantirà un reddito sufficiente a mantenere il proprio tenore di vita.
Una categoria consapevole ma vulnerabile
L’indagine, condotta su un campione di 1.500 lavoratori autonomi tra i 25 e i 75 anni, con età media di 51 anni e anzianità lavorativa media di 23 anni, mette in luce una popolazione caratterizzata da redditi variabili, cicli di lavoro irregolari e capacità di risparmio spesso limitata. Il 64% degli intervistati si dichiara preoccupato per il proprio futuro economico e il 31% associa al momento del pensionamento un senso di insicurezza finanziaria.
I dati sono ancora più allarmanti per i commercianti (73%) e per la fascia di età 35-44 anni (72%), quella che si trova nel pieno della vita lavorativa. Nonostante la consapevolezza del rischio, la maggior parte degli autonomi continua a non destinare risorse alla previdenza integrativa, principalmente per l’impossibilità di garantire versamenti costanti e per la scarsa conoscenza degli strumenti disponibili.
Il divario previdenziale
La ricerca evidenzia un “gap” significativo tra le aspettative e la realtà. Gli autonomi stimano che la pensione pubblica coprirà in media solo il 49% del reddito da lavoro, mentre ritengono adeguato un tasso di sostituzione pari all’81%. Ne deriva un divario di 32 punti percentuali, che difficilmente potrà essere colmato senza una pianificazione previdenziale individuale.
Molti riescono comunque a risparmiare mediamente il 13% delle proprie entrate annuali, ma tale risparmio viene destinato a obiettivi di breve periodo e raramente canalizzato verso forme previdenziali. Solo il 38% dichiara di gestire il proprio denaro pensando al futuro.
Il ruolo della leva fiscale
Un elemento decisivo riguarda il regime fiscale. Gli autonomi che operano in regime ordinario, soggetti all’IRPEF a scaglioni, beneficiano della deducibilità dei contributi versati alla previdenza complementare fino a 5.164,57 euro l’anno (art. 10, comma 1, lett. e-bis del TUIR).
Diversa è la situazione per chi lavora in regime forfettario, dove la flat tax del 15% o 5% sostituisce IRPEF, addizionali e IRAP. In questo caso, la deducibilità non si applica, riducendo fortemente la convenienza dell’investimento previdenziale. È un limite strutturale che penalizza una platea in crescita e che andrebbe superato con un intervento normativo che riconosca anche a questi soggetti la possibilità di dedurre i versamenti, garantendo parità di trattamento.
Conoscenza e consulenza: un binomio essenziale
Il 65% degli autonomi mostra interesse per i temi finanziari, ma solo il 46% si ritiene sufficientemente competente per orientarsi tra i prodotti disponibili. L’adesione alla previdenza complementare è fortemente influenzata dal modo in cui viene spiegata e proposta.
Nove lavoratori autonomi su dieci si affidano ancora a una consulenza diretta — tramite il proprio commercialista, consulente finanziario o agente assicurativo — piuttosto che ai canali digitali. L’assistenza personale rimane preferita, soprattutto per decisioni di lungo periodo.
Tra i non aderenti, uno degli elementi che potrebbe favorire la scelta è la possibilità di simulare facilmente l’importo della futura pensione e la trasparenza sui costi. In un contesto di redditi fluttuanti, la chiarezza è il primo passo verso la consapevolezza.
Capitale o rendita: una scelta non sempre chiara
Solo la metà degli autonomi è consapevole che non sempre è possibile ricevere il 100% del capitale accumulato in un’unica soluzione. Tra chi ha già sottoscritto un fondo, la conoscenza delle regole sale al 73%. Le preferenze restano divise: imprenditori e over 65 tendono a preferire la liquidazione del capitale, mentre i liberi professionisti scelgono più spesso la rendita mensile o una soluzione mista.
Un dato interessante riguarda proprio gli over 65: il 38% dichiara di voler continuare a versare anche dopo il raggiungimento dell’età pensionabile, principalmente per incrementare l’importo della pensione e beneficiare dei vantaggi fiscali legati ai versamenti successivi.
Una distanza ancora aperta
La fotografia complessiva è quella di una categoria che riconosce l’importanza della previdenza complementare ma che fatica a concretizzarla per motivi economici, fiscali e informativi. La maggioranza continua a muoversi nell’incertezza, mentre solo una minoranza ha avviato un percorso strutturato di integrazione.
Il divario tra ciò che si ritiene necessario e ciò che si riuscirà a ottenere resta ampio, e non si potrà colmare senza politiche capaci di rendere la previdenza integrativa più accessibile, modulabile e comprensibile, anche per chi vive di redditi variabili.
Serve un cambio di passo: estendere la deducibilità, semplificare l’adesione e potenziare la formazione previdenziale. Solo così la previdenza complementare potrà diventare, per i lavoratori autonomi, uno strumento concreto di sicurezza e stabilità, e non un’opportunità riservata a pochi.
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